Una intervista concessa dall’AD di Unicredit, Alessandro Profumo (v. la Repubblica del 07.10.2008), ci induce a continuare a proporre alcune riflessioni sulla leadership, usando come oggetto di attenzione i comportamenti espliciti di alcuni tra i maggiori capi d’impresa del nostro Paese.
Sappiamo che dare un giudizio, sostanzialmente positivo, su questo capo d’impresa nel momento in cui Unicredit è nella bufera, è rischioso. Ma ci assumiamo volentieri il rischio.
Due sono gli argomenti che quella intervista ci sembra sollevare:
- Il riconoscimento da parte di un leader di aver commesso degli errori;
- Il rapporto tra profitto e produzione di valore;
- Raramente un leader riconosce i proprio errori. In genere costruisce una narrazione che giustifica i suoi comportamenti. Vi è addirittura chi sostiene che un leader dovrebbe evitare l’argomento, per non incidere sul proprio prestigio e consenso. Profumo ha invece deciso di fare il contrario. Ha dichiarato che nella strategia di acquisizioni svolta dalla banca negli ultimi anni si è andati al di là della prudenza, seguendo il clima di ottimismo allora ampiamente diffuso.
- Ancor oggi molti capi azienda dichiarano tout court che il loro compito è quello di lavorare per l’azionista. Cioè per il profitto. Profumo dichiara invece che il suo obiettivo è la creazione di valore, che include, oltre al profitto, la considerazione delle esigenze di tutti gli altri aventi causa con l’azienda, a partire dai clienti e dai collaboratori. Egli è convinto che questa strategia, basata sul “loyalty effect”, giochi alla lunga anche per l’interesse degli azionisti. La scelta ha implicazioni piuttosto precise: significa dare spazio o meno nella strategia ad operazioni speculative.
Le nostre valutazioni sui due argomenti sono queste:
- Il prestigio e il consenso di un leader non si giocano sul mero riconoscimento o meno dei propri errori. Tralasciando ovviamente gli eventuali comportamenti criminosi, che se accertati dovrebbero a priori mettere fuori gioco un leader, la valutazione sugli errori verte sui risultati e sulla “intelligenza” delle decisioni adottate. Un giudizio sui soli risultati sarebbe carente, perché essi dipendono non solo dalle decisioni adottate, ma anche da eventi spesso al di là del controllo del decisore. Nel caso in esame, ci troviamo di fronte a una strategia di sviluppo dell’impresa che ha superato in una certa misura i limiti della prudenza. Occorrerà valutare se e quanto la “scorpacciata” di acquisizioni degli anni scorsi abbia come aggravante la qualità dei cibi e quindi a loro digeribilità. Giustamente Profumo si rimette alle decisioni del Consiglio. Forse le dimissioni, con la prospettiva di essere respinte, renderebbe più trasparente il quadro delle responsabilità.
- Interessanti le parole testuali di Profumo: “Molti mi prendono in giro perché parlo di creazione di valore e non di profitto… Non mi sembra affatto un concetto demodé. Anzi, oggi mi sembra ancora più attuale”. Dichiarazione carica di implicazioni, che fa meditare: nella “cultura ambiente” attuale: la creazione di valore sarebbe demodé, e il profitto, comunque realizzato, “di moda”?. Se così è, Sarebbe (è) segno di una regressione preoccupante. Ovviamente noi siamo con Profumo.
Contro di lui abbiamo sentito denunciare i compensi stratosferici percepiti. In questo è in vasta e cattiva compagnia. Ma di questo abbiamo già parlato in un precedente segnale, e riparleremo.
g.c.
.
Pubblicato da Giacomo Correale
Pubblicato da Giacomo Correale
Pubblicato da Carlo Penco