IMPRENDITORIALITA’ E POLITICA. IL CASO COLANINNO

 

 

La vicenda Alitalia è una miniera di lezioni  per quanto riguarda le strategie (e le mancate  strategie) d’impresa.

 

Vorremmo qui coglierne una che riguarda il ruolo dell’imprenditore, prendendo spunto dalla accettazione, da parte di Roberto Colaninno, dell’incarico di far rinascere, sulle ceneri dell’Alitalia (non a caso l’operazione è denominata “Fenice”) una nuova compagnia di bandiera italiana.

In un’ampia intervista rilasciata a la Repubblica, Colaninno  ha dichiarato che, nonostante le sue idee politiche non  coincidano con quelle dell’attuale governo, non ha ritenuto che questo fatto costituisse  un impedimento ad accettare, come imprenditore,  l’incarico di lanciare una nuova compagnia di bandiera italiana. “Seguo la mia vocazione d’imprenditore. Cos’altro dovrei fare? La natura imprenditoriale, ridotta all’osso, è tutta qui:costruire qualcosa, o ricostruire qualcos’altro”.

Ma andando avanti nell’intervista, egli  si contraddice. O per lo meno la politica, cacciata dalla porta, rientra dalla finestra.  Perché dichiara: “Con un campione nazionale è più facile fare sistema. Mi dica lei: di questo il Paese ha bisogno oppure no? Con tutto il rispetto, non stiamo parlando di come vendere caramelle: stiamo parlando del futuro dell’Italia. E se la sfida è questa, un vero imprenditore come fa a starne fuori?”.

 

Abbiamo sempre sostenuto che un’impresa, e quindi chi la guida, se vuole rispondere alla sua ragion d’essere e costruirsi un vantaggio competitivo sostenibile, non deve perseguire solo il profitto a breve termine, miope, speculativo, fine a sé  stesso, ma offrire  valore crescente ai suoi  shareholder, partendo dal cliente.

Tra gli shareholder ci sono certo anche le istituzioni, il contesto sociale, il territorio, locale o nazionale o globale. Si pensi ai distretti, o all’esempio della Illy che si preoccupa  dei produttori di caffè del Sud America.

E’  quindi legittimo che un imprenditore italiano si preoccupi   anche delle sorti del proprio Paese. Però non deve dire, prima, che queste sorti prescindono dal suo ruolo,  e poi che invece lo riguardano, e in un certo modo (“un campione nazionale ci vuole”).

 

Conclusione: forse non è realistico pretendere che un imprenditore, chiamato  a una impresa di grande ambizione e con grandi rischi,  ma con la copertura  di ampie collusioni monopolistiche e relativi compromessi, si tiri   indietro.  Sarebbe però anche opportuno che non coprisse le proprie ambizioni più o meno legittime con finalità politiche che, se fosse coerente, non dovrebbe condividere.

 

gc

 

 

 

 

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