LE MOTIVAZIONI DEI LEADER

16 Settembre 2008

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Il nostro sito si chiama Livingstrat. Significa che per noi la strategia di un’impresa  è prima di tutto una questione di uomini. Di uomini a tutti i livelli dell’impresa, a partire dai leader.

Non è quindi fuori luogo il fatto che da un po’ di tempo ci stiamo focalizzando su alcuni capi d’impresa, come portatori di strategie diverse, alcune eccellenti, altre discutibili (secondo noi, ovviamente).

Abbiamo parlato così di Marchionne e dello straordinario  turnaround della Fiat,  e poi di Colaninno all’impresa del salvataggio Alitalia.

Un bell’articolo dell’economista Tito Boeri, dal titolo “Banchieri annoiati in cerca di potere” (la Repubblica, 10 settembre 2008, p1-22) ci induce ora a parlare di altri due personaggi, molto diversi: Corrado Passera, A.D. di Intesa San Paolo, e Cesare Geronzi, Presidente di Mediobanca.

Il curriculum di Corrado Passera è di tutto rispetto. Soprattutto, è  il comune cittadino che ha potuto registrare sulla sua pelle di utente, in senso positivo,  il cambiamento radicale  che Passera è stato capace di imprimere alle Poste Italiane, che prima di lui erano allo sfacelo. Guarda caso, dopo la sua dipartita le cose sono di nuovo un po’ peggiorate.

Anche la sua attività successiva di banchiere, come CEO di Banca Intesa,  ha fatto registrare grandi successi, con un punto nero: il coinvolgimento della banca da lui guidata nel crack Parmalat, nel quale migliaia di risparmiatori sono stati indotti ad acquistare titoli-spazzatura, coinvolgimento per il quale Passera ha dovuto patteggiare per uscire dal contenzioso.

Oggi Passera è in prima linea sull’operazione Alitalia. Dal punto di vista strategico è una operazione strana, e molto difficile: perché l’obiettivo principale non è, come dovrebbe essere, un offerta ai clienti di un servizio di trasporto aereo capace di competere in un  mercato molto battagliato, e per di più in difficoltà sul lato dei costi (il prezzo del petrolio), bensì la rinascita dalle ceneri dell’Alitalia (di qui il nome “Fenice” dato all’operazione) di una cosiddetta compagnia di bandiera  con finalità più di prestigio ad uso nazionalistico interno che di reale prestigio internazionale..Personalmente, non vorrei essere un azionista di una banca impegnata in una operazione di questo genere. Purtroppo non posso dimettermi dal ruolo di contribuente italiano, su cui i costi di quella  operazione ricadranno.

Ben diversa, e meno comprensibile al volgo, è la vicenda di Cesare Geronzi e di Mediobanca, banca d’affari di cui è Presidente del Consiglio di Sorveglianza, cioè dell’organo che detta gli indirizzi strategici dell’azienda.  Di lui Tito Boeri ricorda cose sconcertanti: “Ha subito una interdizione giudiziaria all’attività bancaria in relazione al crack Parmalat. E’ indagato per il crack Cirio, per il caso Parmalat-Ciappazzi e per la vicenda Eurolat, con rinvio a giudizio con l’accusa di concorso in bancarotta e usura.  Ha subito una condanna in primo grado per concorso in bancarotta nel caso Italcase-Bagaglino a un anno e otto mesi di reclusione e dichiarato temporaneamente inabile all’impresa commerciale e agli uffici direttivi (pene sospese grazie alla condizionale, n.d.r.)”. Per un presidente di banca, cioè di un’impresa che più di ogni altra dovrebbe basarsi sulla fiducia,  non sono requisiti allettanti.

Passera, Geronzi. Personaggi molto diversi. Uno sembra stimolato dall’adrenalina scatenata dall’impegno in una impresa impossibile, l’altro da una incontenibile avidità di potere. Ma in tutti e due i casi, le motivazioni viscerali non sembrano adeguatamente compensate dal cuore e dalla ragione.

 

gc


IMPRENDITORIALITA’ E POLITICA. IL CASO COLANINNO

6 Settembre 2008

 

 

La vicenda Alitalia è una miniera di lezioni  per quanto riguarda le strategie (e le mancate  strategie) d’impresa.

 

Vorremmo qui coglierne una che riguarda il ruolo dell’imprenditore, prendendo spunto dalla accettazione, da parte di Roberto Colaninno, dell’incarico di far rinascere, sulle ceneri dell’Alitalia (non a caso l’operazione è denominata “Fenice”) una nuova compagnia di bandiera italiana.

In un’ampia intervista rilasciata a la Repubblica, Colaninno  ha dichiarato che, nonostante le sue idee politiche non  coincidano con quelle dell’attuale governo, non ha ritenuto che questo fatto costituisse  un impedimento ad accettare, come imprenditore,  l’incarico di lanciare una nuova compagnia di bandiera italiana. “Seguo la mia vocazione d’imprenditore. Cos’altro dovrei fare? La natura imprenditoriale, ridotta all’osso, è tutta qui:costruire qualcosa, o ricostruire qualcos’altro”.

Ma andando avanti nell’intervista, egli  si contraddice. O per lo meno la politica, cacciata dalla porta, rientra dalla finestra.  Perché dichiara: “Con un campione nazionale è più facile fare sistema. Mi dica lei: di questo il Paese ha bisogno oppure no? Con tutto il rispetto, non stiamo parlando di come vendere caramelle: stiamo parlando del futuro dell’Italia. E se la sfida è questa, un vero imprenditore come fa a starne fuori?”.

 

Abbiamo sempre sostenuto che un’impresa, e quindi chi la guida, se vuole rispondere alla sua ragion d’essere e costruirsi un vantaggio competitivo sostenibile, non deve perseguire solo il profitto a breve termine, miope, speculativo, fine a sé  stesso, ma offrire  valore crescente ai suoi  shareholder, partendo dal cliente.

Tra gli shareholder ci sono certo anche le istituzioni, il contesto sociale, il territorio, locale o nazionale o globale. Si pensi ai distretti, o all’esempio della Illy che si preoccupa  dei produttori di caffè del Sud America.

E’  quindi legittimo che un imprenditore italiano si preoccupi   anche delle sorti del proprio Paese. Però non deve dire, prima, che queste sorti prescindono dal suo ruolo,  e poi che invece lo riguardano, e in un certo modo (“un campione nazionale ci vuole”).

 

Conclusione: forse non è realistico pretendere che un imprenditore, chiamato  a una impresa di grande ambizione e con grandi rischi,  ma con la copertura  di ampie collusioni monopolistiche e relativi compromessi, si tiri   indietro.  Sarebbe però anche opportuno che non coprisse le proprie ambizioni più o meno legittime con finalità politiche che, se fosse coerente, non dovrebbe condividere.

 

gc