Alcuni mesi fa, nell’ultimo dei nostri “Segnali”, avevamo cercato di offrire ai visitatori di questo sito un esame della strategia che ha portato la Fiat nel giro di soli tre-quattro anni da una situazione prefallimentare ad una di rinnovato successo sul mercato dell’auto. E l’avevamo individuata nel particolare tipo di leadership di Marchionne.
Non ci sembra inutile ritornare sull’argomento, dopo la lettura di un intervento del capo della Fiat di un mese fa (vedi la Repubblica, 28.05.2008, p.41) particolarmente illuminante.
A partire dalle sue citazioni: una tratta dalle usanze e dal linguaggio degli Zulu, un’altra da una dichiarazione di una cantante nigeriana, la terza da un discorso di Nelson Mandela all’Economic Forum di Davos.
Tutte hanno a che fare con la leadership, una leadership ben diversa da quella di stile autoritario che ancora molti ritengono inevitabile in azienda. Molti che pensano senza dirlo, o anche dicendolo esplicitamente (i tempi correnti favoriscono questi modi di pensare e di dire) che azienda e democrazia sono incompatibili.
In un discorso dichiaratamente da leader, Marchionne afferma che “è il riconoscimento da parte degli altri che ci rende persone”, e che “il rispetto per gli altri…è l’unica cosa che ci rende davvero persone”. Un riconoscimento, è chiaro, non formale, ma frutto dell’assunzione, da parte di ogni persona, di responsabilità verso sé stessi e gli altri.
Dice ancora Marchionne che “occorre rispetto per le diversità. Il progresso dipende in gran parte da quanto saremo in grado di costruire una società pluralista e multiculturale…Ci sono due modi per affrontare le sfide di un’epoca globale. Il primo è quello di restare concentrati su sé stessi, di pensare che la propria cultura e le proprie convinzioni siano le uniche valide… Di arrogare a sé il diritto di insegnare ad altri. Il secondo è quello di chi ascolta, di chi è consapevole che esistono altre culture… Questo, ovviamente, nel rispetto delle regole e dell’ordine sociale… Si tratta di due strade molto diverse. La prima è la più semplice e rassicurante. La seconda è senza dubbio più laboriosa… L’una non porta a nulla se non al conflitto, l’altra apre una prospettiva di crescita collettiva. L’una ti rende straniero, l’altra cittadino del mondo”.
Secondo Marchionne, “nel rendere la Fiat un grande gruppo, il nostro compito è di affrontare questa grande sfida con il rispetto e la predisposizione che fanno parte dello spirito di Ubuntu”, cioè del reciproco impegno e riconoscimento secondo la cultura Zulu.
Se si pensa alla cultura tradizionale della Fiat, considerata per lo più di tipo gerarchico e autoreferenziale, si deve concludere che con Marchionne il gruppo sia stato investito da un incredibile tsunami culturale. Che, a differenza di altre tempeste, si sia trattato di una ventata estremamente vivificante. E che quindi si merita un forte augurio per il futuro.
(g.c.)
31 Luglio 2008 alle 11:57 am
Anche se in ritardo leggo con piacere il vostro apprezzamento per l’operato di Marchionne. Penso che tale stile di gestione e leadership vada diffuso e accettato in molte aziende che si lamentano delle loro sventure, ma anche, e forse soprattutto, all’interno della pubblica amministrazione che, a parte qualche eccellenza, è rimasta molto indietro sullo sviluppo manageriale dei propri dirigenti.
Cordialità
Francesco Naviglio